venerdì 12 maggio 2017

BresciaGay Pride mica tanto. Dire l’omosessualità, Marcare la differenza Di Sergio Facchetti


Felice chi è diverso | essendo egli diverso. | Ma guai a chi è diverso | essendo egli comune. Sandro Penna (da Poesie, Garzanti)




Premessa preterizione: non è il caso di ricordare come il linguaggio sia il deposito cristallizzato di millenarie discriminazione, e pur tuttavia dobbiamo usare il linguaggio come strumento di liberazione.  il linguaggio è dunque un’arma a doppio taglio, può liberare e offendere.
Prendiamo per esempio la parola gay,
E’ usata come momento di individualizzazione e liberazione al momento del coming out , quando il giovane stufo di sentire la mamma pregare la  madonna di Fatima che gli trovi una fidanzata, sbotta:
“Non rompetemi il cazzo sono gay” -
Il dirlo affermarlo essere visibili è un'esigenza sacrosanta, uno strumento di liberazione, momento della lunga battaglia per la conquista di uguali diritti , matrimonio etc.
M la l’essere incluso nella categoria in altri tempi della vita, e occasioni può essere invece che momento di identità e individualizzazione, di obnubilazione, nessuno ama confondere la propria  in una generica identità categoriale. Una persona è una persona, è  un individuo e non una categoria.
La categoria gay è pur sempre parte di una dicotomia; gay /etero, arbitraria e convenzionale, falsamente naturale e oppressiva, e quindi essere inclusi nella categoria dovrebbe essere storicamente solo un momento dialettico di superamento della opposizione, quando si arriverà ad un punto in cui la preferenza sessuale non sia considerata rilevante o pertinente per definire una persona, un tratto non distintivo, per usare un termine mediato dalla fonetica.
(cfr a proposito il mio Non date dolci ai boy scouts,  vecchio di trent’anni ma pur sempre attuale
Senza parlare del diritto al privacy, il coming out  è una scelta individuale non deve essere usurpato da nessun altro in una  specie di chiamata di correo  che ricorda molto la confessione dei peccati.
Questa coazione alla confessione è di lunga ascendenza cristiana (cfr le riflessioni postume  “Les aveux de la chair” di Michel Foucault)
Ho sempre notato nella mia lunga esperienza, che avevano questa necessità di dirlo quelli che avevano una più radicata educazione cattolica, che più avevano sensi di colpa ( io ahimè facevo parte di questa categoria)  mentre c’era chi scopava allegramente e di nascosto,  senza sensi di colpa e non  sentiva assolutamente l’esigenza di dirlo a chicchessia
I primi collettivi di autocoscienza gay cui ho partecipato a Milano nei lontani anni 70 avevano poco di gioioso, sembravano capitoli delle colpe di suore benedettine,  di anime torturate, mentre altri se la spassavano in discoteca e nella camere scure.   
Tornando alla possibilità di uso occlusivo e discriminatorio della parola gay, prendiamo per esempio il   manifesto sopra che pubblicizza un evento del gay pride Brescia, In cui si attribuisce al sottoscritto l’essere stato consigliere comunale e la parolina, “gay”.(l’unico dei convenuti ad essere definito tale, lasciando nel dubbio a quale categoria appartenga per esempio Ghidinelli Panighetti probabilmente non è lesbica, ma solo giornalista e autrice del volume )
Qualcuno mi accuserà di cercare il pelo nell'uovo, ma il diavolo à nei dettagli e così anche la discriminazione introiettata. Secondo me l’uso della parola gay in questo contesto è discriminatorio (ignoranza superficialità provincialismo, cattivo gusto,?) paradossalmente proprio all’interno della comunità gay, in una manifestazione che proclama l’orgoglio dell’essere gay.
Primo : non era necessaria, è ovvio che chi partecipa a un tale incontro o è gay o gay friendly,  e ciò che non è necessario e inutile, e come nella dieta, è dannoso, può far male. .
In questo caso è anche ridicolo e bizzarro.
Facciamo un esempio in un convegno di studi ebraici, in cui si presenti il prof  John Levine come  “ebreo”.
O in un convegno di studi sul razzismo, Pinko Pallin, “negro”, o sull’handicap Pinca Pallina , “paraplegica”.
Non solo sarebbe ridicolo ma anche offensivo perché il titolo di legittimità a parlare di qualche cosa non deriva dall appartenere alla categoria di cui si parla, ma di aver fatto e/o detto qualcosa di pertinente e importante sull’argomento. Uno può essere ebreo ma non avere niente da dire sull’ebraismo, addirittura essere negro e razzista,
..è talmente irrilevante la carriera del professore  Sergio Facchetti per cui l’unico titolo di merito a lui attribuito è  essere gay e aver  fatto il consigliere comunale (solo  per due mesi tra l’altro, poi sono partito per l’Australia, se dio vuole, lasciando l’orrida provincia)?
La signora che è attualmente presidente dell’ Arci gay Orlando, mi scuso di ignorarne il nome,  a quanto si dice  è eterosessuale, quando parla in pubblico gli si mette tra parentesi  la sua categoria : eterosessuale?
Marcare la differenza.
Antropologi e sociologi che studiano l’uso discriminatorio e sessista e del linguaggio fanno spesso ricorso alla teoria dei tratti fonologici distintivi, della “marcatezza” di   Jakobson  e Trubezkoy e del circolo lingusitico di Praga,   (Trubeckoj: Grundzüge der Phonologie Fondamenti di fonologia, 1939)
Cito da Wikipedia
La marcatezza è un concetto linguistico basato sul confronto tra due o più forme linguistiche: una forma marcata è una forma non basilare o meno naturale; si contrappone alla forma non marcata, che è la forma basilare, neutrale.
Il concetto di marcatezza si è originariamente sviluppato negli studi sui tratti distintivi  e le opposizioni fonologiche: ad esempio, l'opposizione tra [t] e [d] si fonda sul fatto che il primo suono è prodotto senza vibrazione delle corde vocali (è cioè [-sonoro]), mentre il secondo è [+sonoro]. La presenza di un tratto indica che quella forma è marcata, l'assenza che è non-marcata. Detto altrimenti, per descrivere un elemento marcato è necessario un tratto in più.
la parola leone è un sostantivo non marcato in  italiano rispetto a leonessa: la prima parola può infatti riferirsi sia al leone maschio che alla specie del leone in generale (maschio e femmina), mentre leonessa è la forma marcata
Fine citazione da Wikipedia
Si vede qui quello che dicevo poc’anzi, mentre definisce, il linguaggio discrimina, il maschile include il femminile e non viceversa, così come il plurale maschile include il femminile, by default;  l’impersonale in tedesco è dato da una forma maschile, “man sagt” . Tutte le professioni sono definite in maniera non marcata al maschile, esiste quindi la difficoltà di definire una professione al femminile, e la lotta impari con la discriminazione interiorizzata nel linguaggio, e l’eterna discussione se si debbano usare suffissi articoli, cambio di genere, lasciare il maschile etc.  ,
La forma non marcata è la norma , presupposta. Implicita. Come ribadito da Chomsky ( Chomsky and Halle's The Sound Pattern of English 1968)
Applicato alla antropologia del quotidiano se non detto altrimenti una persona nella società occidentale è by default bianca eterosessuale, (senza bisogna di dirlo) la differenza deve essere detta, marcata. La fatica dell’essere gay è che in una società by default eterosessuale il coming out è come gli esami  senza fine.
E ovvio che si entra qui in terreno minato, il giornalista che facendo la cronaca di una rapina non dice niente sugli autori,  presuppone la forma non marcata e implicita e cioè  che siano bianchi e italiani, se indicherà la provenienza straniera e il colore della pelle, quindi marcando la differenza potrà incorrere nell’accusa di razzismo, sono delinquenti perché sono neri, marocchini etc. . il Salvini di turno insorgerà contro gli stranieri che sono tutti delinquenti ma non dirà niente quando sono bianchi e italiani.
In una società futura e ideale in cui superate in marxiana dialettica le opposizioni dicotomiche, e in cui prevalga la bisessualità e il meticciato,  si avrà probabilmente una categoria non marcata comune, definita in modo negativo invece che positivo” non etero”, “non bianco”, chissà?
Contextual neutralisation:  Per il concetto di marcatezza è ovviamente importante il contesto, in un bar gay  il non marcato è by default la persona gay, dovrà dire la propria eterosessualità colui che non vuole dare per scontato che essendo in quel luogo sia gay. Quindi in questo contesto la marcatezza è definita dall’ eterosessuale.
Che dire quindi se in contesto gay friendly come Brescia gay pride si sente la necessità paradossale di marcare la differenza di uno dei partecipanti il sottoscritto con la parolina “gay”?
La coazione a esplicitare, a  dire la differenza? Non ci si sente eguali.
Questa differenza è ancora introiettata all’interno della comunità se si sente la necessità di dirla,

Nessun commento:

Posta un commento