venerdì 10 aprile 2015

Brescia.Il Cibo nell'arte a palazzo Martinengo è molto indigesto, fa venire la nausea.

Dal momento che la vostra Mymosa ha la tessera di guida ha partecipato alla visita riservata alle guide turistiche della mostra a palazzo Martinengo,” Il cibo nell’arte”, il curatore è mio coetaneo, se non più giovane. Ha l’aria sicura che dice: -io so’ io e voi non siete un cazzo-. Arriva in ritardo, interrompe la sua spiegazione tutte le volte, tante, che il suo telefono squilla. Noi patetiche guide turistiche sopportiamo in silenzio e sottomesse
-cafoncello-oso protestare, sottovoce, non molto coraggiosamente, le vicine mi guardano terrorizzate.
Ci sono solo tre maschi, tutte le altre siamo donne, ragazze giovani tra i venticinque e i trenta, qualche matura professoressa, il che contribuisce ulteriormente a donare al curatore quell’aria, che hanno a volte  le persone di successo di piccola statura, di galletto impettito.
La guida turistica è precariato intellettuale povero, non è una professione vera e propria, si situa nei cascami e ai margini dei circuiti museali e del mercato d’arte, è sottoposta a feroce reciproca concorrenza, non ha molta forza contrattuale di fronte alle istituzioni.
Molti laureati in storia dell’arte e discipline museali, la rifiutano categoricamente, è da paria culturale, oltre a non offrire opportunità di lavoro continuativo. Una mia vecchia compagna di liceo la Mariella Rodi, che continua nella catena solita di master e borse annuali, tra Milano Parigi e Bogotá dice.
-Piuttosto faccio la commessa, la cassiera -




                

                        Campbell's Soup Cans. Andy Warhol


Della serie se devo essere l’ultimo, preferisco essere l’ultimo in un ambito che non sia il mio, preferisco fare il manovale e il facchino che non un lavoro intellettuale patetico.
Noi invece siamo qui totalmente supine, al bacio della pantofola di questo nostro coetaneo, che è  decisamente dall’altra parte, ha già organizzato una importante mostra all’estero, un’altra qui nello stesso palazzo, è appoggiato da una importante parte politica che nella nostra regione, la Lombardia, è maggioranza.  La critica d’arte non è scienza propriamente esatta, si presta alla retorica se non alla ciarlataneria, le mostre sono legate alla propaganda, e quindi all’intrigo politico. Le carriere maturano nei corridoi dei palazzi del potere, nei talk show televisivi piuttosto che nelle aule universitarie.
Quali che siano le competenze di costui, (la precisione attributiva, dicono) non ha in realtà nemmeno la retorica, il lessico immaginifico e fastoso di alcuni suoi colleghi come il Daverio (tremila euro di marchetta ha voluto il Daverio, per venire a Salò una sera),
Questo qui al contrario ha un lessico banale e quotidiano, mi colpisce che usi sintagmi scontati come “ chi se ne intende d’arte”,  “chi se ne intende d’arte capisce che questo quadro” fa, di fronte a un piccolo effettivamente prezioso olio del quattrocento,   “chi se ne intende d’arte capisce  di essere di fronte a un capolavoro.”  Ma in realtà lo capisco anch’io che non ho nessuna pretesa di essere una che se ne intende. Perché invece che questi apprezzamenti generici non dice qualcosa di più tecnico e informazioni specifiche sul chi e come? In realtà l’expertise del critico come di molte altre expertise millantate   si riduce a dire in modo più complicato e perifrastico l’intuizione comune.
“Chi se ne intende di arte”,  ricorda il luogo comune attribuito al critico d’arte italiano più famoso, per i talk show da cui è stato lanciato appunto, di lui  si dice che, soggetto ad attacchi autoindotti di kakolalia aggressiva, bisogna riconoscere che ”si intende di arte”.

Come di Mussolini si diceva che nonostante tutto faceva arrivare i treni in orario. 



Vincenzo Campi Mangiatori di Ricotta





    A Londra ancora si ricordano di lui, il grande critico, mi dice il mio amico Mark Hedderly, di quando è stato coccato con un libro sottomano della biblioteca del Courtauld Institute, aveva fatto squillare la sirena antifurto. Lui a Londra è "persona non grata". Da noi invece imperversa nonostante si dica che anche qui sia dedito al furto, che abbia rubato un orologio d’oro al più grande critico italiano, il Longhi, e si presti a pagamento a presentare cataloghi di pittori della domenica ignobili e impresentabili.

Qualche settimana dopo questa visita guidata è infatti arrivato a Brescia anche lui il grande critico nazionale e personaggio televisivo, a braccetto del nostro critico locale, ancor più in ritardo e ancor di più incollato al telefonino, e decisamente più cafone, spandendo merda a destra e manca, ma elogiando il nostro e nominandolo decisamente suo successore. E’ vero che in piccolo gli assomiglia.

Il mondo va così? A quelli di qua nelle poltrone di spettatori della società dello spettacolo non rimane che Il rancore, il risentimento degli inadatti alla lotta, borbottio  astioso,  inutile e vacuo, nei confronti di quelli di là, nel tubo catodico?













This is not a Panettone

Questa non è una  foto di un panettone ma una foto di un dipinto di una foto di un panettone 



La gente farà la fila per vedere quadri che hanno un senso nel salotto della zia, ma qui accumulati e in serie danno un po’ di nausea,  fa venire  l’indigestione  veder tanta roba da mangiare assieme, orge  di insalate e frutta, menu mare e monti, crostacei e zucchini, ricotte e mortadelle, mostra che finisce in pittori che imitano la fotografia, da confondersi con una fotografia, che senso ha? quando l’arte moderna era cominciata al contrario a rifiutare la precisione della fotografia,  e scultori che imitano tanto bene vari generi commerciali edibili, e fanno polli che sembrano veri polli, e uva che sembra uva,  che si penserebbe sarebbero meglio utilizzati nelle vetrine dei rispettivi negozi per pubblicizzare la merce, nelle pollerie e nei fruttivendoli, e non qui in una mostra d’arte. Del resto c’è di peggio, la gente fa la fila per vedere “Da Tuntakamen a Garibaldi”, mostre con titoli totalmente irrelati al contenuto della mostra, che promettono tanto e mantengono poco, tutti lì intruppati e in religioso silenzio.

E’ che la gente non andando più alla messa di domenica non sa più dove andare, e l’identità persa, un tempo data dalla religione, viene surrogata dalla blanda autostima che ti dà la visita a un museo e a una mostra, per cui le mostre stanno alla classe con pretese culturali come il calcio sta alla classe che le pretese non le ha, ma svolgono la stessa funzione, di mobilitazione, mercato propaganda e consenso; non so esattamente cosa sia l’arte, ma è un’altra cosa.    

 http://www.shadyoldlady.com/location.php?loc=1910

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/06/23/io-lui-in-quel-tribunale.html



                                                                                                                                      

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