sabato 12 ottobre 2013

Pier Paolo Pasolini sul lungolago di Salò, in una serata d’autunno.


Pier Paolo Pasolini sul lungolago di Salò, in una serata d’autunno.
 
 

Il povero a Salò c’era già stato,

Sequenze inziale di Salò-Sade, un cartello stradale, l’insegna, Salò e poco altro. Poi tutto interni, rigoroso décor anni trenta, dove la Giorgi recitava.

Ultimo tragico film, ma come è vero che le cose si ripetono due volte…

Il ritorno in bar del lungolago, leccato e pettinato, un bar tutto bianco, bomboniera, sembra il salotto buono di mia zia Lina,

lui che amava le periferie diroccate e i pratoni desolati della Casilina!

Il deserto, sera fredda quasi invernale, nel bar una musica atonale per creare l’atmosfera.

-pirulì pirulà, lala piru, piru pir, bim  bum bam-

Cos’è Sciarrino, Cage o la Berberian già Berio?

Who knows?

Ma perché questa musica se sugli schermi continuano a succedersi le immagini del Berlusca e del Dudu, di Alfano e della Santadechè, della Pascale ?

Perché?

Bisogna soffrire! Questo è il mondo in cui ci tocca vivere. Siamo a Salò una sera fredda autunnale a sentire recitare Pasolini. E’ un evento culturale.

Si mangia?

Defrosted sandwich.

Orribile, perché mi hai portato qui, dico alla Bigi,

Un Groppello , due, per attutire la pena e non sentire.

Ma la prego chiuda i televisori. Non mi faccia vedere la Santanchè, potrei morire.  

Arriva l’organizzatrice dell’evento culturale, è alta magra, pelata e tatuata, ha la gamba fasciata in jeans di marca,

il va sans dire.

E corredo di professoresse locali e alunni precettati.

Quando si dice una captive audience!

Ciricì, ciriciciò, baci complimenti e abbracci, come anche tu qui! E’ un evento culturale.

La foto è dell’attore:

Dostoieskiano- fa la professoressa adorante.

Sediamoci qui, al riparo della contraria, siamo anime sensibili, inclini al suicidio, ma proprio per questo dobbiamo evitare i reumatismi e il raffreddore, non trova desolante l’obsolescenza programmata dei gadget tecnologici nella società contemporanea? -

Ma cara, mi verrebbe da dire, anche noi siamo programmate per morire,

un giorno,

come i replicanti delle falci rotanti, né più né meno, ha mai sentito parlare della tendenza alla degradazione e al caos dell’universo intero? è la legge, la seconda, la dispersione di energia. Nulla dura al mondo e moriamo un poco anche noi qui stasera, qui sole e desolate, per l’evento culturale, in una sera fredda, deserta, quasi invernale.

Ciriciciriciciò, un Aperol, un Campari, un Punt e Mes? No, quello non c’è, è anni sessanta, non s’usa più.

La presentazione e i ringraziamenti prima dell’evento è d’uopo, va l’organizzatrice al microfono, prima di tutto al bar bomboniera, e poi a tutta la filiera organizzativa, sponsor parenti amici, e il preludio di altri eventi importanti culturali, un attore famoso che viene da Roma, per noi poverette in questa valle di lacrime di Salò, senza arte e cultura (è vero). Però vicino è Gardone, e il fantasma del nano cocainomane e le puttane a camionate veicolate da Brescia al Vittoriale.
Non c’entra, lo so, e insomma la pelata tatuata ringrazia presenta e annuncia.

La parola va finalmente all’attor dosteieskiano che sussurra, quasi col microfono ha un rapporto orale, è una disgrazia dopo la musica atonale.

Legge la poesia, che non è, ultimo affronto del povero Pier Paolo, ma di tale Carlotta da Gavardo, poetessa soi disant “bambina” anche se ha passato la settantina e si accompagna a marito cadaverisé.

Carlotta, mai nome fu più appropriato per poetessa bambina di Gavardo,  (proprio non c’entra con il poeta maledetto della Casilina), come evitare reminiscenze gozzaniane, loreti impagliati, interni borghesi, per bene, frutta di gesso, e le  povere rime, così appropriate, baciate, della Carlotta cuore amore dolore, le più antiche e difficili, diceva il poeta,

come evitare che la Carlotta lo strappi, lo prenda vigorosamente in mano per succhiarlo,  

il microfono, il microfono, cara professoressa, altro che gadget obsoleto,  è un oggetto conteso nella nostra società,

 sussurrare,  (Pasolini può aspettare).

Osa la Carlotta anche piccolo gioco di società per ringraziare, le mani in alto, sul tavolo, il dito nel culo nell’ occhio del vicino. (Non è vero la mia cronaca è infedele, ma sarebbe stato perlomeno più divertente).

Amen.

Si riappropria il dostoiekiano del microfono, per sussurrare Pasolini. Non è finita ci tocca aspettare, sera d’inverno, no autunnale, evento culturale.

Sono ormai quasi le dieci di sera, nel bar bomboniera, sul lungolago pettinato leccato di Salò. Mussolini quando era qui si lamentava dei vapori di bromuro che esalavano dal lago.

Il dostoieskiano sbaglia il ritmo delle frasi, scanna le parole, e ciononostante insiste nel tono tragico e  trenodico, forse non l’ha letta con attenzione, ma cosa c’entra, l’importante è il tono,  non le parole.

E’ prosa poetica, spiega la professoressa,

appunto

andrebbe letta con voce normale, senza esagerare, senza interpretare…

 

O ma che importa? intanto arriva la torta,

al mascarpone

e un’ovazione, il finale ringraziamento della pelata tatuata

(magra alta slanciata fasciata nei jeans firmatissimi).

La prossima volta Baudelaire, forse quelle di Wystan Hugh, che si rivolterà nella tomba con Chester Kallman..

Quanti erano i pompini che faceva Pasolini nel pratone desolato della Casilina? Dodici o di più?

ma quelli erano altri tempi, forse il pratone non c’è più, Pasolini è morto di nuovo questa sera nel bar bomboniera,

 e ci è venuto il mal di pancia,  sarà stato il freddo, il sandwich gelato,  il punt e mes, o  la torta al mascarpone?

(Continua il ciricicicciò di professoresse, alunni,  poetesse, organizzatrici, attori, in reciproca ammirazione).

 

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